Editoria in Italia

Dall’esterno, questo mondo sembra procedere senza intoppi. Basta, però, allungare un po’ il naso per sentire una gran puzza: quella del mercato editoriale che marcisce. Non serve nemmeno essere esperti o aver letto le tante inchieste pubblicate sull’editoria italiana, come l’ultima di Paolo Bianchi Dell’inutilità della scrittura. Basta aprire Facebook, iscriversi ai più nutriti gruppi di scrittori nostrani e spulciare i primi post pubblicati sul social per accorgersi del baratro nel quale è sprofondata.

Il problema di fondo, come sempre, è nostro. La crisi editoriale e lo stato di non salute di questo mercato riflette una grave malattia del popolo italiano, presente con molteplici sintomi. Potremmo facilmente liquidare la questione, e chiudere questa accorata supplica, illustrando come in Italia si scriva troppo e si legga troppo poco, un fenomeno che ha del surreale e che, già di per sé, aiuta a giustificare lo stato in cui versa l’editoria libraria nostrana.

La verità, però, è che c’è molto di più di questo.

Le ragioni della crisi del mercato editoriale italiano

Per comprendere la crisi del mercato dei libri è necessario studiare le cause di questo fenomeno, le quali portano in seno la spiegazione stessa della crisi. Vi sono molteplici motivi per cui l’editoria italiana ha raggiunto un punto morto, fra cui:

  • leggi di mercato non rispettate;
  • inconsapevolezza degli autori emergenti;
  • svalutazione della professione;
  • impoverimento culturale;
  • la piaga dell’editoria a pagamento;
  • improvvisazione e prolificazione di piccole CE;
  • disfunzione della distribuzione;
  • dinamiche errate e scorrette delle grandi case editrici.

Ci tengo, però, ad approfondire ognuna di queste voci, le quali serbano ulteriori e più sfaccettate problematiche appartenenti ad un’intera società.

Pochi lettori, troppi scrittori

Una delle prime leggi di mercato è rappresentata dal rapporto domanda-offerta. Difficilmente, infatti, si riesce a vendere un prodotto per la quale non vi è richiesta. E, in Italia, non vi è domanda di libri, non sufficiente, almeno, a giustificarne una pubblicazione così elevata. C’è un esubero notevole, un divario significativo nel rapporto scrittori/lettori.

Secondo i dati riportati da thebookadvisor, in Italia solo 4 persone su 10 leggono almeno un libro all’anno e solo il 46,5% di questi ne legge almeno tre all’anno. Questi rappresentano i lettori occasionali, la fetta più importante del pubblico in Italia. Dei 4 italiani, il 39,2% legge dai 3 agli 11 libri, mentre il 14,3% supera i dodici libri all’anno. Ad essere pubblicati in Italia, invece, sono ben 78.279 libri all’anno (Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2020)! Un quantitativo sorprendentemente alto per un popolo che non legge.

Per anni si è diffusa l’inesattezza che indicava come in Italia esistessero più scrittori che lettori. Per quanto questa affermazione sia, per ovvie ragioni, inesatta, è pur vero che si faceva portavoce di un malessere reale, ovvero del numero spropositato di autori letterari. In Italia, infatti, vi sono comunque più scrittori che idraulici, realtà sulla quale dovremmo fermarci a riflettere.

I modi per risolvere questa problematica sarebbero potuti consistere nell’aumento dei lettori o nella diminuzione dei libri pubblicati (o, logicamente, in entrambe). In Italia, però, siamo più furbi. Consapevoli dell’impossibilità, soprattutto nel breve termine, di aumentare il numero di lettori, abbiamo approfittato del narcisismo degli autori emergenti e del loro implacabile bisogno di pubblicare, trasformando loro stessi nei nuovi clienti. Questa idea malata ha portato alla prolificazione di quella che viene comunemente considerata la piaga mercato editoriale italiano, ovvero l’editoria a pagamento.

La sciagura dell’EAP

Ci tengo a precisare, fin da subito, un fatto insindacabile: un editore a pagamento non rappresenta in alcun modo una casa editrice. Gli EAP, a discapito del nome, non sono nient’altro che tipografie, costose copisterie che si limitano a stampare libri. Le EAP pubblicano qualunque cosa, perché il loro guadagno deriva dal pagamento iniziale degli scrittori che, pur di vedere pubblicato il proprio libro, sono disposti a spendere una media di 1.400 € per avere 3-400 copie del proprio volume. Ecco, quindi, che si è riusciti a bilanciare la legge di mercato, trasformando gli scrittori stessi nei clienti finali e creando nuova domanda.

Quello che fa una casa editrice, i cui servizi sono sempre offerti in modo completamente gratuito, è investire nello scrittore e seguire la pubblicazione del suo libro dagli interventi preliminari, come la correzione di bozze e l’editing, fino alla fase di distribuzione, fondamentale!

Gli editori a pagamento nemmeno leggono i manoscritti che ricevono, perché non è nei loro interessi. Se il libro riesce a vendere tanto meglio, ma loro il fatturato lo fanno sulla percentuale guadagnata dalla stampa dei libri. I clienti degli EAP sono gli scrittori stessi, non i lettori.

Fra narcisismo e inconsapevolezza

Le EAP, in questi anni, stanno proliferando come funghi nocivi. Guardandovi attorno vi potrete rendere conto voi stessi di essere letteralmente circondati da tipografie (no, non le chiamerò mai CE, non essendolo) che tenteranno di vendervi finte promesse di successo con l’unico scopo di ricevere il vostro bonifico e poi lasciarvi a voi stessi, con centinaia di copie del vostro romanzo sulle quali non è stato fatto nemmeno un giro di correzione di bozze.

Ma come è stato reso possibile tutto questo?

Parte della colpa va sicuramente individuata nell’inconsapevolezza generale rispetto alle leggi editoriali e al loro funzionamento. Mi è capitato un numero sconsiderato di volte di spiegare a scrittori emergenti e amici come queste soluzioni, per quanto legali, non rappresentino in alcun modo una casa editrice e, di conseguenza, non facciano altro che stampare i loro libri come potrebbe fare la piccola, ma onesta, tipografia sotto casa. Queste, però, sono ovunque, e sanno come vendersi, a differenza delle piccole-medie CE. Ecco perché la prima arma che noi scrittori emergenti possiamo utilizzare è la conoscenza: informatevi, leggete e non lasciate che la vostra fretta e voglia di vedere pubblicati i vostri libri vi porti a percorrere strade sbagliate.

Se il libro è stato stampato con una casa editrice a pagamento, non avete pubblicato un libro. L’avete, per l’appunto, soltanto stampato in tante copie costose.

Non è piacevole sentirselo dire, ma la verità non piace mai a nessuno.

In Italia si scrive male

Non me ne vogliano gli autori emergenti che si sentiranno chiamati in causa ma, spesso, quello che si pubblica in Italia finisce al macero per una ragione. All’inizio di questa speculazione sull’editoria ho affrontato il divario fra lettori e scrittori, il quale fenomeno rende evidente una problematica inevitabile: se gli scrittori non leggono, non possono saper scrivere. Non bene, almeno. E non pensiate che siano pochi gli “scrittori” che si ritengono tali senza aver mai letto un libro.

Le case editrici sono subissate di manoscritti di infimo valore, pieni di errori grammaticali e di senso, obbrobri lessicali e trame povere e mal sviluppate. Per due anni ho lavorato come correttore di bozze e mi sono occupato della valutazione di inediti. Fra tutti quelli che ho letto, non ne ho mai promosso uno. Questo ha portato le grandi CE a valutare alternative diverse per l’individuazione di storie di qualità da pubblicare, e i rapporti con gli agenti editoriali sono divenuti sempre più importanti.

Esiste un fenomeno significativo di svalutazione della professione dello scrittore (e anche di quelle legate all’editoria, come correttori e editori). Scrivere un libro sembra un’impresa fattibile a chiunque, una sciocchezza. In fondo, a scrivere, siamo più o meno in grado tutti, giusto?

Invero, scrivere bene non è per nulla semplice. Se già partiamo dal presupposto che il requisito fondamentale per imparare a scrivere correttamente, e con uno stile piacevole, è leggere tanto, capiamo che una gran fetta di pseduo-scrittori italiani non potrà mai raggiungere il successo o vedere la propria opera pubblicata da una casa editrice gratuita (e, quindi, seria). Per scrivere bene serve un pizzico di talento e una dose allucinante di dedizione. Anche corsi, manuali ed esercizi di scrittura creativa possono aiutare, ma se non si legge e non si scrive con costanza è molto probabile che i propri libri non siano altro che lunghi elenchi della spesa, magari farciti da qualche immancabile errore.

E non basta nemmeno saper scrivere bene. Bisogna anche essere in grado di costruire e raccontare una storia, una competenza ben diversa (e, personalmente, difficilmente allenabile). Non ho la pretesa di dirlo io, la cui scrittura è ancora assai distante dalla perfezione, ma i tanti scrittori di successo che riempiono le librerie, come Stephen King in On Writing, un libro che ogni scrittore esordiente dovrebbe leggere.

Le piccole, e a volte inutili, case editrici

Qualche giorno fa, bisticciando allegramente in uno dei tanti gruppi di scrittori emergenti, mi sono imbattuto in un autore il quale era incappato nella fregatura dell’EAP e che proponeva di formare tutti insieme una nuova casa editrice “del popolo”, denotando un’ignoranza di fondo su tutto quello che rappresenta una realtà editoriale seria e il quantitativo di lavoro e professionalità che vi si nasconde alle spalle.

Come lui, però, molti hanno deciso di lanciarci all’avventura, creando piccole case editrici il cui apporto editoriale è praticamente nullo. Per riportare qualche dato, in Italia, nel 2019 vi erano 4977 case editrici attive (rapporto AIE, associazione italiana editori), un numero decisamente eccessivo che non rispecchia la reale domanda. Queste si distinguono in tre categorie:

  • Piccoli Editori (sono il 54,8% e pubblicano meno di 10 titoli l’anno)
  • Medi Editori (sono il 31,6% e pubblicano tra 11 e 50 titoli l’anno)
  • Grandi Editori (sono il 13,6% e pubblicano più di 50 titoli l’anno)

Nella maggior parte dei casi, pubblicare con una piccola CE significa non ottenere alcun riscontro dal proprio libro, a causa di servizi editoriali di bassa qualità, una tiratura molto limitata e una distribuzione a volte inesistente. Attenzione, non sto assolutamente dicendo che tutte le CE più piccole siano così: indubbiamente ve ne sono di serie che tentano di lavorare bene e di seguire l’autore con professionalità (penso a Words Edizioni e La Ruota Edizioni, ad esempio) ma, in linea generale, molte non hanno il potenziale e i mezzi per aiutare e seguire uno scrittore in modo significativo.

Capita, inoltre, che a fondarle siano autori insoddisfatti che non sono riusciti ad ottenere il successo e che si trovano ad improvvisare una professione non loro, con scarsi risultati. Sarebbe poi da aggiungere il livello a dir poco antiquato e inefficace dei siti web di queste piccole realtà editoriali o la scarsa cura con la quale realizzano le copertine dei libri, le quali sarebbero più d’appeal se create in modo completamente gratuito con Canva, come sanno far bene i quattordicenni su Wattpad. Perché sì, il libro si giudica anche dalla copertina, soprattutto online, dove una grafica curata gioca un ruolo fondamentale nell’acquisto dell’ebook.

Da qui nasce anche il sempre più ispirato dibattito fra autopubblicazione su Amazon e pubblicazione con le piccole case editrici le quali, per certi versi, a volte non sono poi così distanti come scelte, per quanto la soddisfazione di pubblicare con una CE sia quanto di più bello esista per un autore emergente.

Va detto, inoltre, che a leggere libri di autori emergenti, pubblicati da piccole CE o autopubblicati, sono poco meno del 10% dei lettori. Capite bene, quindi, che i dati non quadrano. La maggior parte dei libri pubblicati in Italia vendono meno di 100 copie, e molti altri non ne vendono mezza. Se pensavate, quindi, di vivere di scrittura, vi conviene iniziare ad ipotizzare qualche strategia differente. In Italia, infatti, soltanto l’1% degli scrittori riesce a vivere della propria arte (dati estratti dalla ricerca La scrittura non paga di Repubblica).

I tanti difetti dei grandi editori

Per quanto abbia dato molto spazio al fenomeno delle piccole case editrici, è pur vero chela maggior parte della colpa ricade invece su quelle grande, per molteplici ragioni. Da una parte c’è sicuramente la mancanza di coraggio e pluralismo che porta le più rinomate case editrici a cavalcare il successo di autori già famosi o di ricercare la pubblicazione di scrittori i quali siano essenzialmente in grado di vendere da soli, principalmente per la community alle loro spalle. Le grandi CE sembrano aver smesso di investire nella qualità e non si impegnano più nella valorizzazione degli autori, ma tentano di fare il minimo possibile per assicurarsi un guadagno sicuro e privo di rischi. Gli manca la “spinta” che invece hanno alcune piccole/medie CE, quasi si fossero dimenticate perché fanno quel lavoro.

Il peccato più grave delle grandi CE è quello di inondare il mercato di pubblicazione che sanno andranno in perdita con il solo scopo di occupare spazio nelle librerie ed estromettere così la concorrenza e mantenere il monopolio sulla fetta più corposa del mercato.

Ci troviamo quindi ad avere a che fare con editori sempre meno propositivi e contraddistinti da una propensione al rischio sempre minore.

La disfunzione della distribuzione

Tanta è sicuramente la colpa della distribuzione, che in Italia fa arrabbiare molti. Partiamo con il dire che la distribuzione rappresenta il costo maggiore, in termini di percentuale, sul prezzo del libro. Se un autore riesce generalmente a portarsi a casa un margine del 7-10%, ecco invece che la distribuzione riesce ad accaparrarsi il 50-60% del prezzo di copertina. I distributori risentono più di tutti delle dinamiche monopolistiche dei grossi gruppi editoriali e sono un grave rischio per l’editoria italiana. La distribuzione è colei che fa il buono e il cattivo gioco sul mercato, colei che decreta il successo o meno di un libro. Se un romanzo vende è per lo più “merito” della distribuzione la quale, sottostando alle grandi CE, rischia anche di limitare il pluralismo  e di ridurre in modo significativo la vivacità dell’industria editoriale in Italia.

Ed è ovvio che sia così in quanto la stessa distribuzione è gestita da quei gruppi editoriali che tentano in ogni modo di preservare la propria fetta di mercato, unendosi per mantenere elevate la reperibilità e capillarità dei propri libri a discapito di quelli delle CE più piccole. Capite, quindi, come la gestione del sistema di distribuzione da parte delle grandi case editrice crei una significativa stortura di mercato.

L’intera filiera del libro è in mano ai gruppi editoriali più noti i quali, grazie ad essa, occupano la maggior parte degli spazi nelle librerie, impedendo così a quelle più piccole di farsi spazio ed emergere, anche a causa dei costi consistenti che hanno i distributori.

Come si può pubblicare in Italia

Se da un lato abbiamo visto come, da scrittori esordienti, si debba stare il più lontano possibile dall’EAP ed effettuare un’accurata selezione delle CE più piccole, per accertarsi del loro valore e di essere seguiti tanto nella fase di editing che di distribuzione (dove, per forza di cose, il loro intervento sarà comunque ridotto) non abbiamo ancora visto come pubblicare un libro in Italia. Se siete dei personaggi famosi, riuscirete a pubblicare in un istante. I titoli di YouTuber e influencer spopolano nelle classifiche dei libri più venduti e, per quanto la qualità sia spesso imbarazzante, le case editrici, anche quelle grosse, non vedono l’ora di pubblicare questi volumi, consce dell’enorme mercato che sono in grado di smuovere.

Qualora non foste famosi, raggiungere la pubblicazione risulta ben più complesso. Per prima cosa è necessario assicurarsi la qualità del proprio romanzo. Se appartenente a quella schiera di scrittori che leggono un sacco, avrete già gli strumenti di base per comprendere se il vostro libro funziona o meno; dovete solo essere oggettivi e affidarvi alla vostra modestia. Vi consiglio anche di farlo leggere, possibilmente non ai parenti più stretti ma a persone che sappiate leggere con costanza e avere una buona padronanza della lingua italiana, i quali vi sapranno dare un giudizio di valore e onesto. Una volta corretto, revisionato e ricontrollato una volta ancora, potrete iniziare a spedirlo alle case editrici.

Se non avete mai pubblicato altri libri, il consiglio è quello di selezionare le CE di medie dimensioni le cui linee editoriali si avvicinino maggiormente al vostro scritto. Pubblicare con Mondadori, Giunti e Feltrinelli senza gli agganci giusti è praticamente impossibile. Può succedere, non lo nego, ma serve una bravura inattaccabile (beati coloro che ce l’hanno) e pure tanta fortuna: finire sulla scrivania giusta potrebbe fare la differenza.

Molti consigliano anche gli agenti editoriali, professionisti che valutano la qualità degli scritti e scommettono sull’autore aiutandolo a pubblicare con le CE medio-grandi. Va detto, però, che trovare un agente editoriale di qualità spesso è più difficile che pubblicare. Ne esistono molti pochi che hanno le giuste conoscenze e un buon giro e gli stessi sono subissati da valanghe di manoscritti inediti al giorno.

Dovete quindi armarvi di pazienza e, nel mentre, migliorare il vostro stile di scrittura. Scrivete, scrivete sempre, e nelle sacrosante pause leggete. Forse non vi aiuterà a pubblicare, ma ad imparare a scrivere bene sicuramente.

Potreste anche cercare qualche concorso, per quanto quelli di valore sono pochi e spietati, oppure sperare di essere adocchiati da una casa editrice dopo aver ottenuto successo su altre piattaforme, come Amazon o Wattpad (qui, però, servono numeri giganti e libri appartenenti a generi molto vendibili).

Come risollevare l’editoria italiana

Di natura sono scarsamente fiducioso. Credo poco in me stesso, figuriamoci nel genere umano. Qualcosa, però, bisogna fare, e sperare che funzioni. Purtroppo serve un intervento sul quale, a mio parere, l’Italia non ha voglia di investire: un piano di acculturazione serio a lungo termine. Questo significa: investimenti nell’istruzione e nella cultura, individuazione di modelli di riferimento differenti e costruzione di una classe politica di spessore e dal ricco patrimonio culturale, che raggiunga i seggi senza vantarsi di non aver mai sfogliato un libro.

Bisognerebbe anche riuscire a cambiare, una volta per tutte, le dinamiche legate alla distribuzione e ai grandi editori. Qui, purtroppo, sono in pochi ad avere spazio d’azione. Consapevoli che le grandi CE non saranno disposte a rimettersi in discussione, spetta soprattutto alle medie CE il compito di svicolarsi dal meccanismo di reso/macero e di investire su autori capaci (come, ad esempio, fa già E/O, una delle case editrici che stimo maggiormente).

Forse possiamo fare qualcosa anche noi, nel nostro piccolo. Possiamo informarci, imparare le regole attuali del mercato editoriale e aiutare gli autori emergenti a non incappare in fregature colossali come quelle rappresentate dall’EAP. Possiamo regalare qualche libro in più e consigliare ai nostri amici e parenti qualche romanzo che ci ha entusiasmati, per riuscire ad iniziarli verso questo magico mondo. E possiamo guardare i nostri scritti, e chiederci se davvero valgano la pubblicazione.

Non ho la pretesa di vedere ogni italiano con un libro in mano, ma ho la speranza che, un giorno, la maggior parte di essi l’avranno.

Forse, allora, avremmo salvato l’editoria in Italia.

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Un consulente SEO? Uno scrittore a tempo perso? Un creativo a tutto tondo? Macché, è solo Alvise, il fondatore di Contea Geek. Vive sulla terra da ormai 26 lunghi anni e ogni argomento geek lo interessa, dai giochi da tavolo al cinema, dai fumetti agli anime. Consulente SEO e SEM presso alvisecanal.it e autore di Keyword Research Avanzata, ogni tanto si finge anche scrittore di fantasy e critico cinematografico.

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