C’è un momento preciso, leggendo Anatomia del fantasy, in cui ti accorgi che il libro ha cambiato il tuo rapporto con il genere narrativo che hai sempre pensato di conoscere. Succede più o meno a metà della seconda parte, quando ti ritrovi a rileggere mentalmente un romanzo che ami e a riconoscerne per la prima volta le giunture: il tono che governa le aspettative, il sistema magico che decide chi può agire e chi no, la scelta, mai neutra, di quali corpi possono essere eroici. Non è un’esperienza sempre comoda. È, però, esattamente ciò che un saggio critico dovrebbe fare: restituirti gli stessi libri, resi più grandi.
Luca Tarenzi (che ha scritto alcuni dei migliori libri fantasy italiani), nella prefazione, sceglie l’immagine giusta per raccontarlo. Parla delle mappe brutte e storte che aprivano i fantasy degli anni Ottanta, di quelle coste seguite col dito prima ancora di leggere il primo capitolo, e osserva che nel fantasy la mappa è un po’ il territorio: è la finestra che si apre sul sogno. Questo volume, scrive, «è più che una mappa o un atlante di luoghi fantastici». È la somma di quelle cose, il frutto di uno sforzo protratto negli anni da due autrici che al genere hanno dedicato un decennio di studio e tre anni di scrittura.
Non è un manuale di scrittura (e lo dichiara subito)
La premessa di questa scelta è una diagnosi che chiunque abbia amato il fantasy riconoscerà con un sorriso amaro: il complesso di inferiorità. Il genere escluso dai premi, tenuto fuori dai programmi scolastici, tollerato come intrattenimento per l’infanzia; e chi lo legge costretto a giustificarsi. Bernareggi e Riva (note ai più come il duo Moedisia) raccontano l’irritazione adolescenziale davanti al classico «Ah, come Harry Potter?», ma poi fanno la cosa interessante: rileggono quel fastidio come sintomo della propria immaturità critica. Cosa c’è di male nella narrativa per l’infanzia? E se ciò che veniva percepito come debolezza del fantasy, il suo residuo infantile, il gusto per la meraviglia, fosse invece la ragione della sua forza?
Da questa domanda parte tutto il resto. Perché il problema del fantasy, sostengono le autrici, non è la mancanza di dignità: è la mancanza di educazione al genere. In un giallo sai che troverai un cadavere; in un romance, una storia d’amore. Da un fantasy puoi aspettarti l’impossibile, e questa abbondanza, senza strumenti, diventa un labirinto senza uscita. Con gli strumenti giusti, diventa la ricchezza espressiva più vasta che la narrativa abbia a disposizione.
Quattro parti, un’anatomia vera
Le oltre cinquecento pagine sono organizzate come una dissezione, e la metafora del titolo va presa alla lettera.
Mappare il fantasy affronta il nodo più spinoso: definire. Difficoltà di definizione, differenza tra fantasia e immaginazione, sospensione dell’incredulità, e poi la parte che da sola vale l’acquisto, ovvero la doppia tassonomia dei sottogeneri. Le autrici li distinguono prima per tono (high ed epic, low, hard, grimdark e dark, cozy, umoristico, urban) e poi per tema, con una mappatura che va da swords & sorcery a portal fantasy e isekai, dal fantasy politico al flintlock, dall’ecofantasy al bangsian, dal weird west al new weird e alla bizarro fiction, fino al romantasy e alle sue derive. È il tipo di lavoro che in Italia semplicemente non esisteva: un sistema di coordinate a due assi che permette di collocare qualunque titolo senza schiacciarlo in un’etichetta unica. Il capitolo su estetica, vibes e atmosfere protagoniste, poi, è una delle pagine più contemporanee del volume: prende sul serio il modo in cui oggi il pubblico, e il marketing, parla davvero di libri.
Segue una sezione che dovrebbe essere obbligatoria per chiunque scriva questo genere: il fantasy dal mondo. I tre continenti del realismo magico, la Cina tra dao, immortalità e capitale, il fantasy europeo. Qui il libro smette di essere una guida e diventa una presa di posizione: il canone anglofono resta il terreno di confronto più accessibile in traduzione, ma non è il fantasy. È una provincia molto ben illuminata di un paese enorme.
Ecologia fantasy è il cuore operativo. Worldbuilding, costruzione di un Mondo Secondario, appropriazione culturale come rischio del mestiere, come accompagnare chi legge dentro un mondo senza soffocarlo di infodump, luoghi reali e immaginari. Poi la magia: magia sottesa e magia esplicata (hard vs low), rapporto tra magia, religione e tecnologia, determinismo e aspettative sovvertite, le leggi di Sanderson discusse anziché recitate, e un capitolo, Una magia genderizzata, che è esattamente il genere di intuizione che ti fa mettere giù il libro per pensare. Chiude un bestiario ragionato: creature del cielo e della terra, sovraumani, esseri umani a metà, e la trappola della «somiglianza ingannevole», ovvero la creatura fantastica costruita come metafora di un popolo reale.
Chi abita il fantasy smonta l’apparato dei personaggi: il tempo degli eroi, i contrassegni, il viaggio dell’eroe e, domanda che il monomito non si è mai posta, che viaggio per un’eroina?. Poi i motori della storia, i modi del conflitto, guerre e duelli, la rappresentazione della violenza, l’antagonismo, e un capitolo su come si finisce una storia. La sezione finale sulle relazioni (famiglia, genitorialità, amicizia, sesso e amore) è forse la più originale del libro, perché affronta un territorio che la manualistica di genere tratta come accessorio e che invece regge il novanta per cento dell’affezione del pubblico.
Gli otto box, ovvero la parte che non ti aspetti
Disseminati nel volume ci sono otto approfondimenti che funzionano come camere laterali: l’albero dei sottogeneri, la traduzione dei nomi inventati, il ruolo del cibo nelle opere fantastiche, gli ecosistemi, un’intervista immaginaria «con lə personaggə», fandom e fanfiction. Due meritano una menzione a parte. Il primo è la novità più notevole di questa edizione, e ne parlo tra poco. Il secondo è firmato da Alvise Canal, direttore editoriale di Lumien, e chiude il volume con un box su come pubblicare fantasy in Italia senza formule magiche: pagine asciutte e utilissime per chiunque abbia un manoscritto nel cassetto e nessuna idea di cosa succeda dopo.
Cosa cambia in questa seconda edizione
Le riedizioni, nella piccola editoria, sono spesso ristampe travestite: si corregge un refuso, si aggiorna il colophon, si rimette in commercio. Qui è successo altro, e vale la pena elencarlo perché chi possiede la prima edizione ha diritto a sapere cosa sta comprando.
Il punto di partenza è stata la copertina, e la ragione è di quelle che meritano rispetto. Lumien e le autrici hanno scoperto, dopo l’uscita, che l’illustrazione della prima edizione era stata generata da un’intelligenza artificiale. Essendo contrari all’uso dell’IA, hanno deciso di sostituirla: non con una toppa, ma con una nuova illustrazione firmata da Merydian Art, montata insieme a Giulia Calore di OCALAB. Il risultato, va detto, è più bello del precedente. In un anno in cui il dibattito sull’IA nell’editoria è fatto in gran parte di dichiarazioni d’intenti, un editore che ritira e rifà una copertina già andata in stampa dice qualcosa di più credibile di un comunicato.
Da lì l’intervento si è allargato a tutto il volume:
- Sottogeneri aggiornati e integrati. Il mondo editoriale produce etichette a ritmo industriale: alcune sensate, altre spinte dal marketing. Alcune delle più recenti hanno meritato una trattazione, e con loro è stata rifatta anche la mappa grafica che le ordina.
- Campbell e Propp riscritti quasi da zero. Nella prima edizione lo spazio dedicato ai due antropologi era, per ammissione delle autrici, insufficiente. Le sezioni sono state riscritte, ampliate e integrate con le Funzioni di Propp, e viene ora esplicitata l’impostazione antropologica alla base de L’eroe dei mille volti. Per chiunque lavori sulla struttura narrativa, questo da solo giustifica il riacquisto.
- Più spazio al colonialismo culturale. Il tema c’era; ora ha l’ampiezza che serve per essere trattato in modo chiaro e completo, riconoscendo che la questione attraversa tutta la narrativa fantastica globale, non solo quella letteraria.
- Paratesti rivisti. Quarta di copertina, premessa e introduzione sono stati ripresi per rendere esplicita la critica femminista intersezionale che sta alla base del saggio: in un’opera di critica, sapere da che punto si guarda è parte delle istruzioni per l’uso. (E sì: la schwa è rimasta.)
- Un nuovo box su Tolkien. L’aggiunta più preziosa: Roberto Arduini, direttore de I Quaderni di Arda ed ex presidente dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, firma Tolkien contro la Tradizione: critica delle letture ideologiche di destra. In un paese dove l’appropriazione politica di Tolkien è tutt’altro che archeologia, avere quelle pagine dentro un manuale di genere è un servizio pubblico.
- Bibliografia e indice analitico. Nella prima edizione le fonti stavano nelle note, per favorirne la lettura in contesto. I lettori hanno chiesto di poterle anche recuperare a colpo d’occhio: ora ci sono bibliografia ragionata e indice analitico, senza che le note siano state toccate. È la modifica che trasforma il volume da lettura a strumento di consultazione.
A cui si aggiunge una revisione diffusa del testo: paragrafi svecchiati, dati aggiornati, informazioni rese più precise. Un anno è poco per un saggio, ma il fantasy si muove in fretta, e un’opera che si aggiorna assorbendo le richieste del proprio lettorato, invece di irrigidirsi sulla prima versione, dimostra di aver capito il proprio compito.
La cornice critica: dichiarata, non nascosta
Anatomia del fantasy adotta una prospettiva femminista intersezionale e lo dice nella premessa, prima di qualunque argomentazione, e in questa edizione lo dice con ancora più chiarezza. Usa la schwa, rifiuta il maschile sovraesteso, ridimensiona la presenza di autorə celebri che hanno usato la propria posizione di potere contro persone marginalizzate, segnala stereotipi e appropriazioni. E questo è il punto che i detrattori tendono a saltare: applica lo stesso metro agli immaginari non occidentali: nessuna tradizione è immune da sessismo o imperialismo, e l’obiettivo non è sostituire un canone con un altro.
Questa trasparenza è un pregio metodologico, non un vezzo. Ogni saggio critico ha una posizione; la differenza sta tra chi la dichiara e chi la spaccia per neutralità universale. Ed è utile ricordare che le autrici sono esplicite anche su un secondo punto: leggere i limiti dei classici non serve a metterli sotto accusa, ma a evitare che il canone diventi dogma. Chi teme un pamphlet troverà invece un lavoro che continua a citare, con generosità, gli autori che critica.
Una nota onesta
Non è un libro da leggere d’un fiato, e la riedizione non pretende di esserlo. È densissimo: chi lo ha amato di più, tra i lettori, consiglia di procedere a piccole dosi, un sottogenere per volta, tornando indietro. Funziona meglio come compagno di scrivania che come lettura da divano, e la scelta editoriale della brossura con alette, delle illustrazioni interne e di un prezzo tenuto deliberatamente basso rispetto agli standard della saggistica specialistica (spesso da decine, se non centinaia di euro) va letta proprio così: un manuale di lavoro che deve poter stare nelle mani di chi ne ha bisogno, non solo in quelle delle biblioteche universitarie.
A chi lo consiglio
A chi scrive fantasy, perché dopo averlo letto è difficile costruire un sistema magico o una razza inventata senza chiedersi cosa stia implicitamente affermando. A editor, librai e professionistə del settore, perché fornisce il lessico condiviso che al fantasy italiano è sempre mancato: provate a fare editing di genere senza saper distinguere un grimdark da un dark. A chi legge, semplicemente: perché è il libro che risponde alla domanda che ci portiamo dietro da adolescenti, ovvero perché amiamo questa roba, e perché non dovremmo scusarcene.
La prima edizione, uscita a maggio 2024, ha aperto la collana Lanterne, a cui si è poi affiancata Anatomia della fantascienza di Angela Bernardoni e Andrea Viscusi (i due volumi esistono anche nel bundle Kit della Scoperta, con in regalo le mappe dei sottogeneri in A3). Questa seconda edizione, in libreria dal 17 ottobre 2025, è l’occasione per chi se l’era perso. Ma è soprattutto, e non capita spesso di poterlo scrivere, un aggiornamento che ha senso anche per chi ha già il libro sullo scaffale: copertina rifatta da mano umana, Campbell e Propp riscritti, sottogeneri e mappa aggiornati, il box di Arduini, bibliografia e indice analitico.
Il paese dell’immaginazione, scrive Tarenzi, oggi è più vasto che mai: ha una storia per ogni stella del cielo. Questo è il sestante.
Titolo originale: Anatomia del Fantasy: leggere e scrivere fantasy in modo critico
Autrici: Gloria Bernareggi e Sephira Riva
Editore: Lumien
Collana: Lanterne
Copertina: Merydian Art e Giulia Calore
Edizione: brossura con alette, illustrazioni interne
Prefazione: Luca Tarenzi
Pagine: 512
Costo: 20€ cartaceo, 9,99€ ebook


